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Estratto da La sinagoga degli iconoclasti, di Juan Rodolfo Wilcock

La famiglia Orsoli
(Tre atti identici con variazioni, di Ll. Riber)

La lotta genialmente, tenacemente condotta da Llorenz Riber contro il realismo, e soprattutto contro quella sua degenerazione concettuale che fu il neorealismo, va senz’altro annoverata tra le più fortunate degli ultimi anni. Si può dire che essa giunse al suo naturale culmine o ribaltamento con la versione, da lui stesso concepita, scritta e diretta, de La famiglia Orsoli, presentata quest’inverno al teatro Santos Dumont di Bahia.
La novità assoluta de La famiglia Orsoli consisteva nel fatto che tutti gli attori impegnati nel lavoro in questione appartenevano davvero alla famiglia Orsoli, una non molto antica famiglia del ceto camionistico ravennate, che senza badare a spese il Riber stesso era venuto a scegliere di persona in Italia, e senza badare a spese aveva poi fatto trasferire in crudo blocco nel Brasile, con mobili, masserizie e suppellettili, perché ripetessero ogni giorno, davanti agli occhi meravigliati dei brasiliani del nordest (i più poveri, i più ignari, i più neri) due ore scelte a caso della interessante benché dura giornata di una normale famiglia italiana.
Siccome il momento scelto per la finta rappresentazione dal vero era l’ora della cena, protagonista principale non poteva non essere la televisione. Infatti Riber aveva avuto cura, in ciò non meno attento di uno Stanislavski ai piccoli particolari dell’orrore quotidiano, di far riprendere alcuni tra i più caratteristici programmi di cui si nutre, mentre si nutre, una famiglia italiana. L’azione cominciava appunto nella sala da pranzo-cucina-salotto-ingresso-studiolo-soggiorno degli Orsoli: i quali arrivavano e si sedevano l’uno dopo l’altro a tavola, scambiandosi ingiurie, rimproveri, baci e schiaffi piuttosto a vanvera ma tutti con la testa sempre rivolta verso il televisore acceso, sul cui lucido vetro un signore dal viso furbescamente allegro e dall’eloquio furbescamente compunto spiegava con acconce omissioni gli ultimi sviluppi del recente riuscito colpo di Stato in Egitto.
A poco a poco gli Orsoli si andavano placando, intorno alla zuppiera della pastasciutta; ormai nessuno riusciva a distogliere gli occhi dallo schermo, tranne la madre che stava attenta ai desideri di tutti, non fosse che per contrariarli fingendo di soddisfarli, e di tanto in tanto volgeva lo sguardo anche lei verso l’apparecchio e sbottava: «Ma quanto sono stupidi!», senza convinzione però. Quanto al padre, ogni tre minuti ricominciava la storia inascoltata di ciò che era accaduto a un suo collega camionista, il quale la sera precedente al ritorno dall’osteria aveva trovato sulla soglia di casa il cane avvelenato, e questo gli aveva fatto pensare che forse c’erano i ladri nell’appartamento, perché sua moglie e i bambini erano a Forlì dalla zia, e perciò aveva prima suonato il campanello dell’appartamento accanto, e mentre stava spiegando ai vicini la situazione era arrivato un altro cane, e questo era appunto il cane suo, quello morto doveva essere invece il fratello, quindi l’uomo poteva entrare in casa tranquillamente, e infatti, dentro non c’era nessuno. Solo che alla fine di questa rabbrividente storia il signor Orsoli non arrivava mai; i figli lo zittivano perché alla televisione stanno spiegando come si allevano i cincillà in giardino, basta vivere a cinquemila metri d’altezza sopra il mare, e la figlia Giuliana si arrabbiava tanto da colpirlo in testa con la forma del pane.
Nel secondo atto, la famiglia Orsoli appare sempre nello stesso luogo, alla stessa ora, facendo le stesse cose del primo atto. La commedia va avanti così, esattamente come l’atto precedente; il pubblico comincia a dimenarsi, a protestare, perfino a minacciare attori e registi in portoghese, quando a un tratto accade l’imprevisto: un guasto all’apparecchio televisivo. Dapprima le facce si vedono più distorte, più bieche del solito; poi una serie di lampi abbaglianti varca festosamente lo schermo, da destra a sinistra e subito dopo da sinistra a destra come un governo; infine il buio nero-azzurro, sul quale si accendono di tanto in tanto facce scomposte di ragazze, maiuscole sconnesse e molto fugacemente la bandiera degli Stati Uniti sovrapposta a un paesaggio brullo con pecore di scadente qualità. Gli Orsoli non riescono più a mandare giù un boccone; la madre si dispera in dialetto, i figli fanno ogni sorta di commenti adeguati alla situazione, finché il padre non si decide a interrompere il racconto dei cani fratelli per far chiamare un suo nipote radiotecnico. Esce Franco, la mamma si dà da fare per costringere gli altri figli a mangiare qualcosa, la Giuliana dice che in quella casa lei non ce la fa più a vivere, l’Enrichetto soggiunge qualcosa di molto spiacevole riguardo al fidanzato della Giuliana, scoppia una lite e tutti si danno del fascista o del comunista, ma al momento giusto appare il cugino Orsoli e sorvolando sul meravigliato silenzio religioso degli astanti comincia a armeggiare con l’apparecchio. Da bravo tecnico, scova subito il guasto, sullo schermo riappare la smorfia spaventosa del cantante di prima, con tutta la sua voce allo stato brado, e la famiglia Orsoli si rimette a tavola, non senza prima offrire al garbato cugino un bicchierino di vino di carruba.
Il terzo atto si svolge nello stesso luogo, alla stessa ora e con gli stessi personaggi, con l’aggiunta però di un tale Randazzo Benito, fidanzato meridionale della non tanto giovane Giuliana, da alcuni dei presenti dichiarato mafioso nel corso della lite dell’atto precedente. L’atteggiamento degli Orsoli è mutato come dal mattino alla seta: la madre continua a offrire la pasta a tutti, ma con un sorriso macabro fisso come una maschera incantevole sulle labbra; i figli seguitano a protestare, ma a voce bassa e con un inatteso sovrappiù di maniere; la Giuliana è diventata quasi gentile e sotto il tavolo le sue dita si incrociano con le oneste dita stralavate del Randazzo. Tutti hanno gli occhi fissi sullo schermo, la madre di quando in quando ripete: «Ma quanto sono bravi!», e il padre si è messo gli occhiali per vedere meglio, anche se con gli occhiali vede peggio. Il fidanzato sembra molto stanco, sbadiglia, si vede che ha lavorato tutta la giornata. Pure gli altri sbadigliano, a turno. L’atto si chiude con lo scoppio improvviso del televisore e l’arrivo di un coniglio nero di New Orleans che entra di corsa esclamando festosamente: «Surprise! Surprise!».

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