Archivi tag: morte

Obituario con hurras, di Mario Benedetti

Vamos a festejarlo
vengan todos
los inocentes
los damnificados
los que gritan de noche
los que sufren de día
los que sufren el cuerpo
los que alojan fantasmas
los que pisan descalzos
los que blasfeman y arden
los pobres congelados
los que quieren a alguien
los que nunca se olvidan

vamos a festejarlo
vengan todos
el crápula se ha muerto
se acabó el alma negra
el ladrón
el cochino
se acabó para siempre
hurra
que vengan todos
vamos a festejarlo
a no decir
la muerte
siempre lo borra todo
todo lo purifica

cualquier día

la muerte
no borra nada
quedan
siempre las cicatrices
hurra
murió el cretino
vamos a festejarlo
a no llorar de vicio
que lloren sus iguales
y se traguen sus lágrimas

se acabó el monstruo prócer
se acabó para siempre
vamos a festejarlo
a no ponernos tibios
a no creer que éste
es un muerto cualquiera

vamos a festejarlo
a no volvernos flojos
a no olvidar que éste
es un muerto de mierda.

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Discorso di John Cleese al funerale di Graham Chapman

Graham Chapman, co-author of the ‘Parrot Sketch,’ is no more.
He has ceased to be, bereft of life, he rests in peace, he has kicked the bucket, hopped the twig, bit the dust, snuffed it, breathed his last, and gone to meet the Great Head of Light Entertainment in the sky, and I guess that we’re all thinking how sad it is that a man of such talent, such capability and kindness, of such unusual intelligence should now be so suddenly spirited away at the age of only forty-eight, before he’d achieved many of the things of which he was capable, and before he’d had enough fun.
Well, I feel that I should say, “Nonsense. Good riddance to him, the freeloading bastard! I hope he fries.”
And the reason I think I should say this is, he would never forgive me if I didn’t, if I threw away this glorious opportunity to shock you all on his behalf. Anything for him but mindless good taste. I could hear him whispering in my ear last night as I was writing this:
“Alright, Cleese, you’re very proud of being the first person to ever say ‘shit’ on British television. If this service is really for me, just for starters, I want you to become the first person ever at a British memorial service to say ‘fuck’!”
You see, the trouble is, I can’t. If he were here with me now I would probably have the courage, because he always emboldened me. But the truth is, I lack his balls, his splendid defiance. And so I’ll have to content myself instead with saying ‘Betty Marsden…’
But bolder and less inhibited spirits than me follow today. Jones and Idle, Gilliam and Palin. Heaven knows what the next hour will bring in Graham’s name. Trousers dropping, blasphemers on pogo sticks, spectacular displays of high-speed farting, synchronised incest. One of the four is planning to stuff a dead ocelot and a 1922 Remington typewriter up his own arse to the sound of the second movement of Elgar’s cello concerto. And that’s in the first half.
Because you see, Gray would have wanted it this way. Really. Anything for him but mindless good taste. And that’s what I’ll always remember about him—apart, of course, from his Olympian extravagance. He was the prince of bad taste. He loved to shock. In fact, Gray, more than anyone I knew, embodied and symbolised all that was most offensive and juvenile in Monty Python. And his delight in shocking people led him on to greater and greater feats. I like to think of him as the pioneering beacon that beat the path along which fainter spirits could follow.
Some memories. I remember writing the undertaker speech with him, and him suggesting the punch line, ‘All right, we’ll eat her, but if you feel bad about it afterwards, we’ll dig a grave and you can throw up into it.’ I remember discovering in 1969, when we wrote every day at the flat where Connie Booth and I lived, that he’d recently discovered the game of printing four-letter words on neat little squares of paper, and then quietly placing them at strategic points around our flat, forcing Connie and me into frantic last minute paper chases whenever we were expecting important guests.
I remember him at BBC parties crawling around on all fours, rubbing himself affectionately against the legs of gray-suited executives, and delicately nibbling the more appetizing female calves. Mrs. Eric Morecambe remembers that too.
I remember his being invited to speak at the Oxford Union, and entering the chamber dressed as a carrot—a full length orange tapering costume with a large, bright green sprig as a hat—and then, when his turn came to speak, refusing to do so. He just stood there, literally speechless, for twenty minutes, smiling beatifically. The only time in world history that a totally silent man has succeeded in inciting a riot.
I remember Graham receiving a Sun newspaper TV award from Reggie Maudling. Who else! And taking the trophy falling to the ground and crawling all the way back to his table, screaming loudly, as loudly as he could. And if you remember Gray, that was very loud indeed.
It is magnificent, isn’t it? You see, the thing about shock… is not that it upsets some people, I think; I think that it gives others a momentary joy of liberation, as we realised in that instant that the social rules that constrict our lives so terribly are not actually very important.
Well, Gray can’t do that for us anymore. He’s gone. He is an ex-Chapman. All we have of him now is our memories. But it will be some time before they fade.

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Mio padre ha i baffi, di Rocco Tanica

Mio padre non ha i baffi.
L’antivigilia di Natale di qualche anno fa ricevetti la notizia che era morto. Era notte, lo avevo lasciato qualche ora prima ed ero in aereo. Arrivò una hostess, credo la stessa che poco prima avevo invitato per la settimana seguente al concerto di Capodanno degli EelST. Sarebbe venuta con sua sorella e dei colleghi, aveva detto. Poi quel concerto non ci fu. Mi consegnò un foglio di bloc-notes a quadretti su cui c’era scritto “telefonare urgentemente” e poi il numero di mio fratello. Non c’era modo di telefonare. Chiesi alla hostess se poteva chiedere chiarimenti via radio, dato che proprio via radio avevano ricevuto il messaggio da Milano. Passò del tempo, non so dire quanto, e lei ritornò con un ufficiale che, parlando un italiano stentato, mi chiese: “Father in italiano significa ‘padre’, vero?” E poi: “Mi dispiace.” Si tolse il berretto, lo mise sotto il braccio sinistro e mi strinse la mano.
Quel viaggio durava sette ore. Stranamente, l’aereo era semivuoto, così trascorsi parte del tempo camminando lungo il corridoio. I pochi passeggeri erano stati discretamente informati e cercavano di non badare a me. Qualcuno mi chiedeva se volevo parlare: ringraziavo e dicevo di no. Le hostess mi fecero sedere davanti, in una zona disabitata, e mi offrirono da bere e da fumare. Sull’aereo non si poteva fumare. Loro dissero che potevo e aprirono una stecca del duty free. Fumai qualche sigaretta con loro.
Trascorsero due o tre ore, e l’ufficiale tornò con un foglietto uguale al precedente. Father era stato cancellato a penna e corretto in Feiez. Avevano trascritto male. Non father, ma Feiez.
Arrivato a destinazione mi dissero che potevo tornare a casa con lo stesso aereo, ma che dovevo comunque passare i controlli doganali e rifare tutta la procedura d’imbarco. Lasciai le mie cose in cabina, uscii dall’aeroporto e telefonai a mio fratello Marco, che mi disse cos’era successo. Chiamai casa. Chiamai qualche amico. Ero calmo e non sentivo dolore. Incontrai le persone che erano venute a prendermi per portarmi in hotel e spiegai loro che dovevo annullare il viaggio. Firmai qualche carta e ripartii per Milano. Durante il volo provavo imbarazzo per la sensazione di distacco che non mi faceva versare lacrime. Ore prima, alla notizia della morte di mio padre, avevo pianto a lungo, mentre in quel momento riuscivo anche a pensare ad altro. Feci un po’ di “Settimana Enigmistica”. Guardai un film con Steve Martin e dormii.
All’aeroporto vennero a prendermi Claudio, Marco e Faso. Non ricordo chi altro c’era. Forse Elio. Nessun altro, credo. Mille persone, credo. Andammo a casa di Claudio e c’eravamo tutti. Rimanemmo insieme qualche ora.
Qualche giorno più tardi, e fino ai primi giorni dell’anno nuovo, mio padre aveva i baffi. Non li ha mai portati, per lo meno da che ho memoria di lui. La prima cosa che pensai quando lo vidi fu che somigliava al cattivo di un film con Eli Wallach.
Gli chiesi perché. Mi rispose che voleva fare festa per l’augurio di lunga vita che aveva ricevuto. Seppi più tardi che avevano già cominciato a crescergli quando era andato a salutare Feiez all’obitorio.
Non sapevo che era stato lì. Io all’obitorio non ci sono andato. Non ho voluto vedere Feiez in quel luogo vergognoso in cui un regolamento vergognoso mi aveva obbligato a vedere mia nonna anni prima. Non sono sceso là sotto; sono orgoglioso degli angeli che lo hanno fatto e mi inchino di fronte all’aura di luce che hanno lasciato in quella cantina. Il mio ricordo di Feiez è quello di un uomo che riusciva a sudare ettolitri e a finire i concerti trasfigurato, ma che quando rispuntava dal camerino era ritornato ad essere un fascinoso signore vestito di nuovo con un sentore di buono negli occhi e sulla pelle. Un signore di classe superiore, che si era già tirato i capelli indietro con le mani prima di legarli con l’elastico rosso. Ogni tanto ci davamo una controllata reciproca (“Sono a posto?” “Ok.”) prima di affrontare i saluti, gli amici, la gente nel backstage, prima di “Scusa facciamo una foto insieme, ti ricordi ci siamo conosciuti al concerto di Rovigo…”
Io mi sono congedato da quel signore che avevo lasciato sul palco una settimana prima, non da quello messo in una cantina come una cosa da nascondere. Poi capii cos’era successo mentre ero su quell’aereo. Feiez mi aveva salvato. E mi aveva fatto il dono più prezioso che io abbia mai ricevuto. Mi aveva fatto dono della morte di mio padre. E della possibilità di fare camminare il tempo a ritroso. Come in Ritorno ai futuro, il mio film preferito di sempre. Il mio amico aveva cambiato il Tempo facendolo ripartire da capo.
Perché in quelle ore mio padre era morto sul serio. Non era solo credibile, non era solo plausibile: era vero. Avremmo avvertito i parenti, organizzato il funerale. Mentalmente avevo ripassato le letture possibili che qualcuno avrebbe recitato in chiesa. Non me ne veniva in mente nessuna.
Avevo ricevuto una delle notizie più terribili che uno possa ricevere, e poi ero stato graziato. Potevo tornare indietro. Tornare indietro e ritrovare mio padre vivo. Potevo ancora dirgli e sentirmi dire le cose che mancavano. Sentirmi raccontare da lui dell’università, di cose di mio nonno che non avevo mai saputo. Di quando lui e mia madre erano fidanzati. Raccontargli di me e dell’amore che porto alla mia famiglia. Ritrovare la mia famiglia, intatta. Vedere mio padre con i baffi.
Ancora oggi non provo dolore per Feiez. Solo gioia, e gratitudine. Per tutto quello che ho imparato da lui e con lui. Non c’era niente di irrisolto, niente di non detto. Sarei potuto morire io un anno prima e non sarebbe cambiato niente. Tutto era al suo posto ed è al suo posto ancora oggi che è cambiato tutto. Con Paolo c’è sempre stata solo pace, e una musica bellissima che fa più o meno così:

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