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Estratto da La sinagoga degli iconoclasti, di Juan Rodolfo Wilcock

La famiglia Orsoli
(Tre atti identici con variazioni, di Ll. Riber)

La lotta genialmente, tenacemente condotta da Llorenz Riber contro il realismo, e soprattutto contro quella sua degenerazione concettuale che fu il neorealismo, va senz’altro annoverata tra le più fortunate degli ultimi anni. Si può dire che essa giunse al suo naturale culmine o ribaltamento con la versione, da lui stesso concepita, scritta e diretta, de La famiglia Orsoli, presentata quest’inverno al teatro Santos Dumont di Bahia.
La novità assoluta de La famiglia Orsoli consisteva nel fatto che tutti gli attori impegnati nel lavoro in questione appartenevano davvero alla famiglia Orsoli, una non molto antica famiglia del ceto camionistico ravennate, che senza badare a spese il Riber stesso era venuto a scegliere di persona in Italia, e senza badare a spese aveva poi fatto trasferire in crudo blocco nel Brasile, con mobili, masserizie e suppellettili, perché ripetessero ogni giorno, davanti agli occhi meravigliati dei brasiliani del nordest (i più poveri, i più ignari, i più neri) due ore scelte a caso della interessante benché dura giornata di una normale famiglia italiana.
Siccome il momento scelto per la finta rappresentazione dal vero era l’ora della cena, protagonista principale non poteva non essere la televisione. Infatti Riber aveva avuto cura, in ciò non meno attento di uno Stanislavski ai piccoli particolari dell’orrore quotidiano, di far riprendere alcuni tra i più caratteristici programmi di cui si nutre, mentre si nutre, una famiglia italiana. L’azione cominciava appunto nella sala da pranzo-cucina-salotto-ingresso-studiolo-soggiorno degli Orsoli: i quali arrivavano e si sedevano l’uno dopo l’altro a tavola, scambiandosi ingiurie, rimproveri, baci e schiaffi piuttosto a vanvera ma tutti con la testa sempre rivolta verso il televisore acceso, sul cui lucido vetro un signore dal viso furbescamente allegro e dall’eloquio furbescamente compunto spiegava con acconce omissioni gli ultimi sviluppi del recente riuscito colpo di Stato in Egitto.
A poco a poco gli Orsoli si andavano placando, intorno alla zuppiera della pastasciutta; ormai nessuno riusciva a distogliere gli occhi dallo schermo, tranne la madre che stava attenta ai desideri di tutti, non fosse che per contrariarli fingendo di soddisfarli, e di tanto in tanto volgeva lo sguardo anche lei verso l’apparecchio e sbottava: «Ma quanto sono stupidi!», senza convinzione però. Quanto al padre, ogni tre minuti ricominciava la storia inascoltata di ciò che era accaduto a un suo collega camionista, il quale la sera precedente al ritorno dall’osteria aveva trovato sulla soglia di casa il cane avvelenato, e questo gli aveva fatto pensare che forse c’erano i ladri nell’appartamento, perché sua moglie e i bambini erano a Forlì dalla zia, e perciò aveva prima suonato il campanello dell’appartamento accanto, e mentre stava spiegando ai vicini la situazione era arrivato un altro cane, e questo era appunto il cane suo, quello morto doveva essere invece il fratello, quindi l’uomo poteva entrare in casa tranquillamente, e infatti, dentro non c’era nessuno. Solo che alla fine di questa rabbrividente storia il signor Orsoli non arrivava mai; i figli lo zittivano perché alla televisione stanno spiegando come si allevano i cincillà in giardino, basta vivere a cinquemila metri d’altezza sopra il mare, e la figlia Giuliana si arrabbiava tanto da colpirlo in testa con la forma del pane.
Nel secondo atto, la famiglia Orsoli appare sempre nello stesso luogo, alla stessa ora, facendo le stesse cose del primo atto. La commedia va avanti così, esattamente come l’atto precedente; il pubblico comincia a dimenarsi, a protestare, perfino a minacciare attori e registi in portoghese, quando a un tratto accade l’imprevisto: un guasto all’apparecchio televisivo. Dapprima le facce si vedono più distorte, più bieche del solito; poi una serie di lampi abbaglianti varca festosamente lo schermo, da destra a sinistra e subito dopo da sinistra a destra come un governo; infine il buio nero-azzurro, sul quale si accendono di tanto in tanto facce scomposte di ragazze, maiuscole sconnesse e molto fugacemente la bandiera degli Stati Uniti sovrapposta a un paesaggio brullo con pecore di scadente qualità. Gli Orsoli non riescono più a mandare giù un boccone; la madre si dispera in dialetto, i figli fanno ogni sorta di commenti adeguati alla situazione, finché il padre non si decide a interrompere il racconto dei cani fratelli per far chiamare un suo nipote radiotecnico. Esce Franco, la mamma si dà da fare per costringere gli altri figli a mangiare qualcosa, la Giuliana dice che in quella casa lei non ce la fa più a vivere, l’Enrichetto soggiunge qualcosa di molto spiacevole riguardo al fidanzato della Giuliana, scoppia una lite e tutti si danno del fascista o del comunista, ma al momento giusto appare il cugino Orsoli e sorvolando sul meravigliato silenzio religioso degli astanti comincia a armeggiare con l’apparecchio. Da bravo tecnico, scova subito il guasto, sullo schermo riappare la smorfia spaventosa del cantante di prima, con tutta la sua voce allo stato brado, e la famiglia Orsoli si rimette a tavola, non senza prima offrire al garbato cugino un bicchierino di vino di carruba.
Il terzo atto si svolge nello stesso luogo, alla stessa ora e con gli stessi personaggi, con l’aggiunta però di un tale Randazzo Benito, fidanzato meridionale della non tanto giovane Giuliana, da alcuni dei presenti dichiarato mafioso nel corso della lite dell’atto precedente. L’atteggiamento degli Orsoli è mutato come dal mattino alla seta: la madre continua a offrire la pasta a tutti, ma con un sorriso macabro fisso come una maschera incantevole sulle labbra; i figli seguitano a protestare, ma a voce bassa e con un inatteso sovrappiù di maniere; la Giuliana è diventata quasi gentile e sotto il tavolo le sue dita si incrociano con le oneste dita stralavate del Randazzo. Tutti hanno gli occhi fissi sullo schermo, la madre di quando in quando ripete: «Ma quanto sono bravi!», e il padre si è messo gli occhiali per vedere meglio, anche se con gli occhiali vede peggio. Il fidanzato sembra molto stanco, sbadiglia, si vede che ha lavorato tutta la giornata. Pure gli altri sbadigliano, a turno. L’atto si chiude con lo scoppio improvviso del televisore e l’arrivo di un coniglio nero di New Orleans che entra di corsa esclamando festosamente: «Surprise! Surprise!».

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Estratto dal capitolo 5 di Il demone della prosperità, di Chan Koonchung

Non avrebbe mai immaginato che a quel punto Vecchio Chen si sarebbe ripresentato nella sua vita per dichiararle amore eterno.
Piccola Xi rimase seduta con lo sguardo nel vuoto davanti al computer per più di un’ora. Sapeva che davanti a un altro schermo c’era qualcun altro seduto con lo stesso sguardo perso.
Alla fine postò una risposta: «Non sono più la Piccola Xi che conoscevi».
«Mi piace ancora di più quella di adesso», fu l’immediata risposta di Vecchio Chen.
«Soffro di depressione cronica», scrisse lei.
«Lo so. Mi prenderò cura di te», ribatté lui.
«Il mio corpo è decrepito oltre ogni rimedio.»
«Io sono la prova della tua bellezza.»
«Non sono sicura di volere una relazione.»
«Aspetterò con pazienza finché non avrai deciso.»
«Sono sicura di non avere il tempo per una relazione», scrisse Piccola Xi.
«Posso aspettare quanto vuoi, nell’Henan o dovunque», rispose Vecchio Chen.

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Estratto dal capitolo 45 di Dizionario affettivo della lingua ebraica, di Bruno Osimo

La traduzione è un po’ dappertutto, a ben vedere. Non succede solo quando un testo va riformulato in un’altra lingua. Non ci sono quasi aspetti della nostra vita che ne siano privi. Dire ‘lingua’, poi, è un’astrazione. Le lingue non esistono in senso stretto. Esistono linguaculture, di cui le lingue sono la superficie verbale. E la cultura è quello che si dà per scontato. Ma nemmeno in una stessa persona c’è sempre chiarezza su cosa si dà per scontato e cosa si mette in discussione ogni volta che si parla. Ogni volta che ci sono due persone che devono dirsi o comunicarsi qualcosa, è necessario tradurre, perché ognuno vede le cose un po’ a modo suo. Non esiste nulla di simile a un ‘patrimonio di conoscenze condivise’, ma solo un precario, provvisorio, labile, malcerto, vago modo di vedere, in certi momenti a volte irripetibili, le cose in un modo tale che (data la nostra imperfetta, umana capacità di esprimerci) le nostre descrizioni a volte collimano. Al punto che siamo convinti di ‘essere perfettamente d’accordo con’ o di ‘pensarla assolutamente nello stesso modo di’.
Non si traduce mai la forma, non si traduce mai il contenuto. Anche queste sono entità astratte buone solo per le semplificazioni rozze. Il traduttore, dopo avere letto qualcosa, cerca di estrarne un senso. “Che senso ha quello che ho letto?” Questa domanda non se la fa in italiano inglese ebraico russo finlandese. Questa domanda se la fa in un linguaggio che è un programma applicativo che gira nel sistema operativo della mente. E che non è fatto di parole. Le parole ci girano dentro, ma sono dei pacchi trasportati, non fanno parte del discorso interno della mente. E per capire che senso hanno queste parole il traduttore fa un raffronto immediato con la banca dati di tutte le sue esperienze, in particolare con tutte le esperienze con le parole. Dove trova una corrispondenza completa nel passato, è a buon punto per formulare una congettura sul presente; quando la corrispondenza è parziale, ricostruisce le parti mancanti per interpolazione, per intuito, per analogia. Nella sua testa le serie paradigmatiche e le serie sintagmatiche sono gigantesche tabelle mentali di corrispondenze, e il suo pensiero vi sfreccia dentro a velocità supersonica con mano inguantata di velluto nero, e più veloce della luce prende sfoglia molla raccoglie compone scarta ripesca riformula chiosa si rimangia deleta ripete annulla. A un certo punto pensa di avere in qualche modo circoscritto il senso di quello che ha letto.
Il senso, che non è fatto di parole ma di pensieri.
Allora prova a pensare a quello che forse qualcuno avrebbe voluto dire se l’avesse detto in un altro modo, se fosse stato più attento a formulare con precisione il proprio pensiero, se fosse stato un altro, se si fosse rivolto a qualcun altro, se avesse avuto gusti diversi, un altro stile, se si fosse trovato in un’altra situazione, se lo scadente latticino usato per preparare la pizza di cui si era nutrito la sera prima fosse stato mozzarella fresca e non fosse risultato indigeribile.
Prova a pensarlo, il traduttore (cioè chiunque si ponga il problema di comunicare), e riprendendo in mano le redini dell’atto comunicativo, come se fosse suo, lo proietta sullo schermo della cultura di quello che si presuppone sia il proprio lettore, ossia lo proietta sui presunti pregiudizi di questo lettore, lo reimposta, lo riformula, lo riprogetta e ne esce un messaggio nuovo. Che vuole dire qualcos’altro. Che vuole dire qualcosa di più. Che vuole dire qualcosa di meno. Che si inserisce diversamente in un contesto diverso e produce reazioni diverse in lettori diversi. I quali, per i motivi più diversi, reagiscono in modi diversi, alcuni sostenendo che quel testo è stato tradotto in modo magistrale.
Altri pensano che sia stato tradotto non meglio precisatamente ‘male’, e negano l’esistenza del traduttore. Non lo nominano, invano.
Il messaggio nuovo è intriso di discorso altrui, ma questo è tautologico perché sfido chiunque a trovare un testo che non lo sia. L’ossimoro chiamato ‘traduttore’ deve compiere un’opera razionale di analisi, elaborazione e sintesi, e nella sintesi deve sforzarsi di apparire spontaneo, naturale, casual. Il traduttore è quello che nelle foto si mette in posa, non viene mai colto di sorpresa dall’obbiettivo, ma guai se si vede che il suo sorriso è posticcio, che sta abbracciando quelli che gli stanno intorno ma in realtà non prova trasporto per loro o, per contro, che sta impassibile accanto agli altri ma non trapela che ne è innamorato.
Riprendendo in mano le redini del discorso ‘come se fosse suo’, ma il discorso è suo: e la sua speranza è solo che sia (parzialmente) condivisibile. Il traduttore è un comunicatore per conto di terzi.
Il fatto che la traduzione si trovi in quasi qualsiasi comportamento quotidiano fa pensare che tutti debbano essere esperti di traduzione, e la sua conseguenza logica, ossia che essere esperti di traduzione non sia possibile, se per ‘esperto’ s’intende ‘specialista, persona che ha acquisito una conoscenza specifica di gran lunga superiore alla media’.
Per non parlare di equivoci di fondo più volgari, come il fatto che il traduttore sia una persona che sa bene le lingue, e che le lingue siano quelle che ci sono ‘scritte nei dizionari’, e che, quindi, il traduttore sia un bravo consultatore di dizionari, o – più spesso – uno che li sa a memoria.
I dizionari bilingui sono repertori di significati, ossia di cadaveri di senso. I dizionari sono obitori, e i lemmi celle mortuarie. Se i traduttori attingessero qui per il loro lavoro, produrrebbero opere putrefatte. (…)
I traduttori non sanno le lingue, sanno i discorsi. Non conoscono la grammatica, conoscono l’uso. Non sanno le prescrizioni, conoscono i registri. Non conoscono la letteratura, sanno il canone, e le tendenze non canoniche. Non conoscono i generi ‘letterari’, ma i tipi di testo. Non fanno traduzioni ‘letterarie’, fanno traduzioni testuali. Non sono letterali, perché sanno che in ogni lingua si usano lettere diverse in sequenze diverse e si domandano come si faccia a pensare a una cosa tanto idiota. Non hanno ispirazioni, ma studiano. Non sono aderenti, perché non sono un collante e hanno un loro stile di vita. Non sono fedeli, perché avrebbero troppi partner a cui esserlo contemporaneamente. Non sono spontanei, ma fingono di esserlo.
Quando il loro lettore giunge all’apice del godimento, anche loro fanno qualche sospirone, complimentandosi per la sua perizia. (…)
Il traduttore è esperto nel pensiero altrui e nei modi di esprimerlo. Il traduttore è esperto nel confine tra il proprio modo di vivere e di vedere il mondo (la propria ‘cultura’) e il modo di vivere e di vedere il mondo altrui (i sette miliardi di ‘culture altrui’ più sette miliardi al quadrato di combinazioni possibili). Il traduttore è esperto nella differenza, e nella difficoltà di comunicarla. Il traduttore è esperto nelle sfumature di senso. Il traduttore è esperto nell’arte di adattarsi, di adattare. Il traduttore è uno che ha avuto un’infanzia difficile, e che per sopravvivere emotivamente si è adattato, ha adattato, si è adattato ad adattarsi.

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Capitolo 8 di Centuria, di Giorgio Manganelli

Il signore vestito di chiaro si accorge improvvisamente dell’assenza. Vive in quella casa da molti anni, ma solo ora, quando verosimilmente il suo soggiorno volge al termine, si avvede che in una stanza semivuota vi è una zona di assenza. La stanza semivuota è, dopotutto, una stanza come le altre; e, se non fosse per l’assenza, nessuno la noterebbe. L’assenza, va da sé, non ha nulla a che fare con il vuoto. Una stanza totalmente vuota può essere priva di assenza, e nemmeno spostando rapidamente un mobile si crea una vera e propria assenza. Non si crea nulla. Ora il signore non più giovane, che è vissuto molti anni in quella casa, che ha attraversato innumerevoli volte quella stanza, ha scoperto che in quell’angolo non c’è un vuoto, ma un’assenza. Sa anche di averla percorsa numerose volte, e di essere egli stesso implicato, non sa come, in quell’assenza. Egli scruta quell’assenza, e naturalmente non ne capisce molto. Tuttavia, qualcosa della sua vita in quella casa gli pare meno chiaro. Si sa che le assenze non traslocano facilmente; e può essere che il bisogno di aver vicino quell’assenza lo abbia indotto a protrarre di anno in anno un soggiorno in una casa che non ama, tra i mobili che gli sono estranei. Tutto gli è estraneo in quella casa, eccetto l’assenza. L’assenza è talmente importante, che potrebbe rinunciare a tutto ciò che rende la sua vita tollerabile – sebbene tollerabile non sia – pur di non assentarsi dell’assenza. È tentato, naturalmente, a porsi molte e contrastanti domande su quell’assenza. Un uomo ha sempre sulle labbra un “Che cosa è?”. Ma l’uomo non è invecchiato invano. Metodicamente elimina in sé ogni desiderio di interrogare, di sapere, di indagare. Tenebre o luce gli sono indifferenti, come amore o abbandono. Sa che l’assenza è indifferente, e tuttavia sa anche che codesta indifferenza è talmente importante, che senza di essa egli sarebbe del tutto disperato. Solo di questo si stupisce: di avere scoperto così tardi, a giochi fatti, di non essere mai stato abbandonato, come credeva, ma di avere coabitato da sempre con una indifferenza che, ora, considera la spiegazione della sua sopravvivenza.

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Citazioni varie da film

Learned judges, my case is simple. It is based on our first article of faith. That the almighty created the ape in his own image. That he gave him a soul and a mind. That he set him apart from the beasts of the jungle and made him the lord of the planet. These sacred truths are self-evident. The proper study of apes is apes. But certain young cynics have chosen to study man. Yes! Perverted scientists who advance an insidious theory called evolution.

Egregi giudici, la mia tesi è semplice. Si basa sul nostro primo articolo di fede. Che l’onnipotente ha creato la scimmia a propria immagine. Che le ha dato un’anima e una mente. Che l’ha separata dalle altre bestie della giungla e l’ha resa signora del pianeta. Queste sacre verità sono auto-evidenti. L’oggetto di studio delle scimmie devono essere le scimmie. Ma alcuni giovani cinici hanno deciso di studiare l’uomo. Sì! Scienziati depravati che avanzano una teoria insidiosa chiamata evoluzione.

(Planet of the Apes, Franklin J. Schaffner, 1968)

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Estratto dal capitolo 2 di Tony Pagoda e i suoi amici, di Paolo Sorrentino

Mi ritrovo in frac a mangiare un panino, circondato da sei ragazzini ubriachi che cazzeggiano. Sparano puttanate in tedesco. Non ci capisco niente. Ma, naturalmente, si può percepire il ritmo e l’atmosfera delle cose che dicono. E sapete cosa scopro? Si stanno divertendo. Con niente. Con sei birre da un euro e tre panini che si dividono. Due si baciano in bocca perché si vogliono bene per la prima volta. Un altro li fa divertire facendo l’imitazione di chissà chi. Un altro sopprime un rutto. Esotiche bellezze. Ridono all’improvviso, semplicemente guardandosi gli uni con gli altri. Non valgono ancora un cazzo di niente eppure sono un concentrato di dignità inaudita, solenne, elegante, oggettiva.
Sono la giovinezza, così come deve essere.
Perdere il tempo, oziare, per scoprire a piccoli passi tutto quello che la vita ha da offrire: l’amicizia, il sesso, il dolore, l’insicurezza, la voragine, l’innamoramento, il risentimento, l’invidia di quello che sta da solo per quei due che si baciano.

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Mio padre ha i baffi, di Rocco Tanica

Mio padre non ha i baffi.
L’antivigilia di Natale di qualche anno fa ricevetti la notizia che era morto. Era notte, lo avevo lasciato qualche ora prima ed ero in aereo. Arrivò una hostess, credo la stessa che poco prima avevo invitato per la settimana seguente al concerto di Capodanno degli EelST. Sarebbe venuta con sua sorella e dei colleghi, aveva detto. Poi quel concerto non ci fu. Mi consegnò un foglio di bloc-notes a quadretti su cui c’era scritto “telefonare urgentemente” e poi il numero di mio fratello. Non c’era modo di telefonare. Chiesi alla hostess se poteva chiedere chiarimenti via radio, dato che proprio via radio avevano ricevuto il messaggio da Milano. Passò del tempo, non so dire quanto, e lei ritornò con un ufficiale che, parlando un italiano stentato, mi chiese: “Father in italiano significa ‘padre’, vero?” E poi: “Mi dispiace.” Si tolse il berretto, lo mise sotto il braccio sinistro e mi strinse la mano.
Quel viaggio durava sette ore. Stranamente, l’aereo era semivuoto, così trascorsi parte del tempo camminando lungo il corridoio. I pochi passeggeri erano stati discretamente informati e cercavano di non badare a me. Qualcuno mi chiedeva se volevo parlare: ringraziavo e dicevo di no. Le hostess mi fecero sedere davanti, in una zona disabitata, e mi offrirono da bere e da fumare. Sull’aereo non si poteva fumare. Loro dissero che potevo e aprirono una stecca del duty free. Fumai qualche sigaretta con loro.
Trascorsero due o tre ore, e l’ufficiale tornò con un foglietto uguale al precedente. Father era stato cancellato a penna e corretto in Feiez. Avevano trascritto male. Non father, ma Feiez.
Arrivato a destinazione mi dissero che potevo tornare a casa con lo stesso aereo, ma che dovevo comunque passare i controlli doganali e rifare tutta la procedura d’imbarco. Lasciai le mie cose in cabina, uscii dall’aeroporto e telefonai a mio fratello Marco, che mi disse cos’era successo. Chiamai casa. Chiamai qualche amico. Ero calmo e non sentivo dolore. Incontrai le persone che erano venute a prendermi per portarmi in hotel e spiegai loro che dovevo annullare il viaggio. Firmai qualche carta e ripartii per Milano. Durante il volo provavo imbarazzo per la sensazione di distacco che non mi faceva versare lacrime. Ore prima, alla notizia della morte di mio padre, avevo pianto a lungo, mentre in quel momento riuscivo anche a pensare ad altro. Feci un po’ di “Settimana Enigmistica”. Guardai un film con Steve Martin e dormii.
All’aeroporto vennero a prendermi Claudio, Marco e Faso. Non ricordo chi altro c’era. Forse Elio. Nessun altro, credo. Mille persone, credo. Andammo a casa di Claudio e c’eravamo tutti. Rimanemmo insieme qualche ora.
Qualche giorno più tardi, e fino ai primi giorni dell’anno nuovo, mio padre aveva i baffi. Non li ha mai portati, per lo meno da che ho memoria di lui. La prima cosa che pensai quando lo vidi fu che somigliava al cattivo di un film con Eli Wallach.
Gli chiesi perché. Mi rispose che voleva fare festa per l’augurio di lunga vita che aveva ricevuto. Seppi più tardi che avevano già cominciato a crescergli quando era andato a salutare Feiez all’obitorio.
Non sapevo che era stato lì. Io all’obitorio non ci sono andato. Non ho voluto vedere Feiez in quel luogo vergognoso in cui un regolamento vergognoso mi aveva obbligato a vedere mia nonna anni prima. Non sono sceso là sotto; sono orgoglioso degli angeli che lo hanno fatto e mi inchino di fronte all’aura di luce che hanno lasciato in quella cantina. Il mio ricordo di Feiez è quello di un uomo che riusciva a sudare ettolitri e a finire i concerti trasfigurato, ma che quando rispuntava dal camerino era ritornato ad essere un fascinoso signore vestito di nuovo con un sentore di buono negli occhi e sulla pelle. Un signore di classe superiore, che si era già tirato i capelli indietro con le mani prima di legarli con l’elastico rosso. Ogni tanto ci davamo una controllata reciproca (“Sono a posto?” “Ok.”) prima di affrontare i saluti, gli amici, la gente nel backstage, prima di “Scusa facciamo una foto insieme, ti ricordi ci siamo conosciuti al concerto di Rovigo…”
Io mi sono congedato da quel signore che avevo lasciato sul palco una settimana prima, non da quello messo in una cantina come una cosa da nascondere. Poi capii cos’era successo mentre ero su quell’aereo. Feiez mi aveva salvato. E mi aveva fatto il dono più prezioso che io abbia mai ricevuto. Mi aveva fatto dono della morte di mio padre. E della possibilità di fare camminare il tempo a ritroso. Come in Ritorno ai futuro, il mio film preferito di sempre. Il mio amico aveva cambiato il Tempo facendolo ripartire da capo.
Perché in quelle ore mio padre era morto sul serio. Non era solo credibile, non era solo plausibile: era vero. Avremmo avvertito i parenti, organizzato il funerale. Mentalmente avevo ripassato le letture possibili che qualcuno avrebbe recitato in chiesa. Non me ne veniva in mente nessuna.
Avevo ricevuto una delle notizie più terribili che uno possa ricevere, e poi ero stato graziato. Potevo tornare indietro. Tornare indietro e ritrovare mio padre vivo. Potevo ancora dirgli e sentirmi dire le cose che mancavano. Sentirmi raccontare da lui dell’università, di cose di mio nonno che non avevo mai saputo. Di quando lui e mia madre erano fidanzati. Raccontargli di me e dell’amore che porto alla mia famiglia. Ritrovare la mia famiglia, intatta. Vedere mio padre con i baffi.
Ancora oggi non provo dolore per Feiez. Solo gioia, e gratitudine. Per tutto quello che ho imparato da lui e con lui. Non c’era niente di irrisolto, niente di non detto. Sarei potuto morire io un anno prima e non sarebbe cambiato niente. Tutto era al suo posto ed è al suo posto ancora oggi che è cambiato tutto. Con Paolo c’è sempre stata solo pace, e una musica bellissima che fa più o meno così:

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Explicit

E lui le prese la testa fra le mani e le baciò la fronte e le guance. Poi la abbracciò per pochi infiniti secondi e disse: “Ora non mi devi più niente, o forse io non ti devo più niente… Quando un giorno ci rivedremo questo momento avrà significato per me molto più di quanto tu ed io possiamo ora immaginare”. E dopo averla salutata se ne andò, soddisfatto per ciò che aveva ottenuto e con il cuore pieno di una nuova inesprimibile gioia.

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Estratto dal capitolo 7 di Hanno tutti ragione, di Paolo Sorrentino

Ma l’altra aberrante fissazione di mio cugino, oltre a quella dell’inamovibilità scultorea del suo peso, è quella che noi chiamiamo in famiglia la sua ossessione del compleanno.
Quando ne parliamo con le mie sorelle ci schiattiamo dalle risate perché nessuno al mondo è più fissato di mio cugino per il suo stesso compleanno. Ha sviluppato questa ossessione patologica dopo il compimento dei diciotto anni. Va’ a capire perché. Da quel giorno noi parenti sulle prime quando veniva questo benedetto quindici marzo, sua data di nascita, ci dimenticavamo di fargli gli auguri, può capitare, a chi non capita, allora lui puntuale come un cucù svizzero, aspettava fino a mezzanotte. A mezzanotte e uno iniziava il giro di telefonate a tutti i parenti che non gli avevano fatto gli auguri e ci insultava facendoci sentire delle pezze, hai voglia a dire che ti eri distratto, che avevi avuto da fare, che ti era passato di mente, macché, lui non ti sentiva e giù a scaricare insulti à gogo. A dirci quanto eravamo merde, latrine, cessi, stronzi, froci e altre raffinatezze per non avergli fatto gli auguri. Essendo il più grande di età, di peso e di altezza fra tutti i cugini ci incuteva grande soggezione e paura a noi più piccoli, da sempre. Non ha mai smesso di ricordarci l’ordine immutabile delle gerarchie. Ora sono anni che io e le mie sorelle attacchiamo a telefonarci già verso il dieci febbraio per ricordarci gli uni con gli altri che il quindici marzo si sta avvicinando e non bisogna dimenticarsi di fare gli auguri a Vincenzo, se no chi lo sente. Insomma a febbraio io e le mie sorelle scopriamo tra di noi questa solidarietà ridanciana e ormai da anni puntuali facciamo la processione di telefonate a mio cugino per fargli gli auguri e lui tutto contento, ogni anno, fa ‘sta madrina commossa in cui ci ringrazia con le lacrime agli occhi per quanto siamo cari a ricordarci del suo compleanno.

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