Estratto dal capitolo 4 di Burmese Days, di George Orwell

There was a stirring high up in the peepul tree, and a bubbling noise like pots boiling. A flock of green pigeons were up there, eating the berries. Flory gazed up into the great green dome of the tree, trying to distinguish the birds; they were invisible, they matched the leaves so perfectly, and yet the whole tree was alive with them, shimmering, as though the ghosts of birds were shaking it. Flo rested herself against the roots and growled up at the invisible creatures. Then a single green pigeon fluttered down and perched on a lower branch. It did not know that it was being watched. It was a tender thing, smaller than a tame dove, with jade-green back as smooth as velvet, and neck and breast of iridescent colours. Its legs were like the pink wax that dentists use.
The pigeon rocked itself backwards and forwards on the bough, swelling out its breast feathers and laying its coralline beak upon them. A pang went through Flory. Alone, alone, the bitterness of being alone! So often like this, in lonely places in the forest, he would come upon something–bird, flower, tree–beautiful beyond all words, if there had been a soul with whom to share it. Beauty is meaningless until it is shared. If he had one person, just one, to halve his loneliness!

***

Ci fu un trambusto nell’alto del ficus, e un gorgoglio come di pentole in bollore. C’era uno stormo di piccioni verdi che mangiavano bacche. Flory rivolse lo sguardo verso la grandiosa chioma verde dell’albero, cercando di distinguere gli uccelli; erano invisibili, per via della perfezione con cui si mimetizzavano tra le foglie, eppure rendevano viva l’intera pianta, luccicante, come se fosse scossa da fantasmi di uccelli. Flo si adagiò contro le radici e ringhiò alle creature invisibili. Poi un piccione verde, solo, scese con un battito d’ali per appollaiarsi su un ramo più in basso. Non sapeva di essere osservato. Era una cosina soffice, più piccola di una colomba, con la schiena verde come la giada e liscia come il velluto, e il collo e il petto di colori iridescenti. Le zampe sembravano la cera rosa che usano i dentisti.
Il piccione si dondolava avanti e indietro sul ramo, gonfiando le piume del petto e poggiandovi sopra il becco di corallo. Una fitta attraversò Flory. Solo, solo, l’amarezza di essere solo! Spesso così, in luoghi solitari nella foresta, si imbatteva in qualcosa (un uccello, un fiore, un albero) di una bellezza che andava oltre le parole, se solo ci fosse stata un’anima con cui spartirla. La bellezza non ha significato finché non viene condivisa. Magari avesse avuto una persona, una soltanto, che dimezzasse la sua solitudine!

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