Estratto dal capitolo 6 di A Heartbreaking Work of Staggering Genius, di Dave Eggers

What am I giving you? I am giving you nothing. I am giving you things that God knows, everyone knows. (…) It seems like you know something, but you still know nothing. I tell you and it evaporates. I don’t care—how could I care? I tell you how many people I have slept with (thirty-two), or how my parents left this world, and what have I really given you? Nothing. I can tell you the names of my friends, their phone numbers, but what do you have? You have nothing. They all granted permission. Why is that? Because you have nothing, you have some phone numbers. It seems precious for one, two seconds. You have what I can afford to give. You are a panhandler, begging for anything, and I am the man walking briskly by, tossing a quarter or so into your paper cup. I can afford to give you this. This does not break me. I give you virtually everything I have. I give you all of the best things I have, and while these things are things that I like, memories that I treasure, good or bad, like the pictures of my family on my walls, I can show them to you without diminishing them. I can afford to give you everything. We gasp at the wretches on afternoon shows who reveal their hideous secrets in front of millions of similarly wretched viewers, and yet… what have we taken from them, what have they given us? Nothing. We know that Janine had sex with her daughter’s boyfriend, but… then what? We will die and will have protected… what? Protected from all the world that, what, we do this or that, that our arms have made these movements and our mouths these sounds? Please. We feel that to reveal embarrassing or private things, like, say, masturbatory habits (for me, about once a day, usually in the shower), we have given someone something, that, like a primitive person fearing that a photograph will steal his soul, we identify our secrets, our past and their blotches, with our identity, that revealing our habits or losses or deeds somehow makes one less of oneself. But it is just the opposite, more is more is more—more bleeding, more giving. These things, details, stories, whatever, are like the skin shed by snakes, who leave theirs for anyone to see. What does he care where it is, who sees it, this snake, and his skin? He leaves it where he molts. Hours, days or months later, we come across a snake’s long-shed skin and we know something of the snake, we know that it’s of this approximate girth and that approximate length, but we know very little else. Do we know where the snake is now? What the snake is thinking now? No. By now the snake could be wearing fur; the snake could be selling pencils in Hanoi. The skin is no longer his, he wore it because it grew from him, but then it dried and slipped off and he and everyone could look at it.

***

Che cosa ti do? Non ti do niente. Ti do delle cose che Dio sa, che tutti sanno. (…) Ti sembrerà di sapere qualcosa, ma continui a non sapere niente. Te lo dico ed evapora. Non mi importa; come potrebbe? Ti dico con quante persone sono stato a letto (trentadue), o come i miei genitori hanno lasciato questo mondo, ma in realtà che cosa ti ho dato? Niente. Posso dirti come si chiamano i miei amici, il loro numero di telefono, ma poi che cos’hai? Non hai niente. Hanno tutti dato il permesso. Come mai? Perché non hai niente, hai qualche numero di telefono. Sembrerà inestimabile per uno, due secondi. Hai quello che mi posso permettere di darti. Sei un mendicante, che elemosina qualunque cosa, e io sono il signore che passa di fretta, gettando qualche spicciolo nel tuo bicchiere di carta. Questo posso permettermi di darti. Non mi manda sul lastrico. Ti do praticamente tutto quello che ho. Ti do tutte le cose migliori che ho, e anche se queste sono cose che mi piacciono, ricordi cui tengo molto, belli o brutti, come le foto della mia famiglia sulle pareti, posso fartele vedere senza sminuirle. Posso permettermi di darti tutto quanto. Rimaniamo a bocca aperta davanti ai disgraziati che nei programmi pomeridiani rivelano i loro segreti più sordidi davanti a milioni di spettatori altrettanto disgraziati, eppure… che cosa abbiamo tolto loro, che cosa ci hanno dato? Niente. Sappiamo che Janine ha fatto sesso con il ragazzo di sua figlia, ma poi? Moriremo e avremo salvaguardato… cosa? Salvaguardato da tutto il mondo che, cosa, abbiamo fatto questo o quello, che le nostre braccia hanno compiuto questi movimenti e le nostre bocche emesso questi suoni? Ma per favore. Ci sembra che rivelando fatti imbarazzanti o intimi, come, per esempio, le proprie abitudini masturbatorie (nel mio caso, più o meno una volta al giorno, di solito sotto la doccia), abbiamo dato qualcosa a qualcuno, che, come un primitivo spaventato dal fatto che una fotografia possa rubargli l’anima, identifichiamo i nostri segreti, il nostro passato e le sue macchie, con la nostra identità, che rivelando le nostre abitudini o perdite o azioni in qualche modo perdiamo un po’ di noi stessi. Ma è l’esatto contrario, più è più è più: più si sanguina, più si dà. Queste cose, dettagli, storie, quello che è, sono come la pelle morta dei serpenti, che la lasciano alla vista di chiunque. Che cosa gli importa di dov’è, chi la vede, a questo serpente, la sua pelle? La lascia dove fa la muta. Ore, giorni o mesi dopo, ci imbattiamo in una pelle di serpente abbandonata da tempo e sappiamo qualcosa dell’animale, sappiamo che ha più meno questa circonferenza e all’incirca questa lunghezza, ma per il resto sappiamo molto poco. Sappiamo dove si trova adesso il serpente? Che cosa sta pensando? No. Ormai il serpente potrebbe avere addosso una pelliccia; magari vende matite ad Hanoi. La pelle non è più sua, la indossava perché gli è cresciuta addosso, ma poi si è seccata ed è scivolata via e lui, come chiunque altro, ha potuto guardarla.

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