Discorso di John Cleese al funerale di Graham Chapman

Graham Chapman, co-author of the ‘Parrot Sketch,’ is no more.
He has ceased to be, bereft of life, he rests in peace, he has kicked the bucket, hopped the twig, bit the dust, snuffed it, breathed his last, and gone to meet the Great Head of Light Entertainment in the sky, and I guess that we’re all thinking how sad it is that a man of such talent, such capability and kindness, of such unusual intelligence should now be so suddenly spirited away at the age of only forty-eight, before he’d achieved many of the things of which he was capable, and before he’d had enough fun.
Well, I feel that I should say, “Nonsense. Good riddance to him, the freeloading bastard! I hope he fries.”
And the reason I think I should say this is, he would never forgive me if I didn’t, if I threw away this glorious opportunity to shock you all on his behalf. Anything for him but mindless good taste. I could hear him whispering in my ear last night as I was writing this:
“Alright, Cleese, you’re very proud of being the first person to ever say ‘shit’ on British television. If this service is really for me, just for starters, I want you to become the first person ever at a British memorial service to say ‘fuck’!”
You see, the trouble is, I can’t. If he were here with me now I would probably have the courage, because he always emboldened me. But the truth is, I lack his balls, his splendid defiance. And so I’ll have to content myself instead with saying ‘Betty Marsden…’
But bolder and less inhibited spirits than me follow today. Jones and Idle, Gilliam and Palin. Heaven knows what the next hour will bring in Graham’s name. Trousers dropping, blasphemers on pogo sticks, spectacular displays of high-speed farting, synchronised incest. One of the four is planning to stuff a dead ocelot and a 1922 Remington typewriter up his own arse to the sound of the second movement of Elgar’s cello concerto. And that’s in the first half.
Because you see, Gray would have wanted it this way. Really. Anything for him but mindless good taste. And that’s what I’ll always remember about him—apart, of course, from his Olympian extravagance. He was the prince of bad taste. He loved to shock. In fact, Gray, more than anyone I knew, embodied and symbolised all that was most offensive and juvenile in Monty Python. And his delight in shocking people led him on to greater and greater feats. I like to think of him as the pioneering beacon that beat the path along which fainter spirits could follow.
Some memories. I remember writing the undertaker speech with him, and him suggesting the punch line, ‘All right, we’ll eat her, but if you feel bad about it afterwards, we’ll dig a grave and you can throw up into it.’ I remember discovering in 1969, when we wrote every day at the flat where Connie Booth and I lived, that he’d recently discovered the game of printing four-letter words on neat little squares of paper, and then quietly placing them at strategic points around our flat, forcing Connie and me into frantic last minute paper chases whenever we were expecting important guests.
I remember him at BBC parties crawling around on all fours, rubbing himself affectionately against the legs of gray-suited executives, and delicately nibbling the more appetizing female calves. Mrs. Eric Morecambe remembers that too.
I remember his being invited to speak at the Oxford Union, and entering the chamber dressed as a carrot—a full length orange tapering costume with a large, bright green sprig as a hat—and then, when his turn came to speak, refusing to do so. He just stood there, literally speechless, for twenty minutes, smiling beatifically. The only time in world history that a totally silent man has succeeded in inciting a riot.
I remember Graham receiving a Sun newspaper TV award from Reggie Maudling. Who else! And taking the trophy falling to the ground and crawling all the way back to his table, screaming loudly, as loudly as he could. And if you remember Gray, that was very loud indeed.
It is magnificent, isn’t it? You see, the thing about shock… is not that it upsets some people, I think; I think that it gives others a momentary joy of liberation, as we realised in that instant that the social rules that constrict our lives so terribly are not actually very important.
Well, Gray can’t do that for us anymore. He’s gone. He is an ex-Chapman. All we have of him now is our memories. But it will be some time before they fade.

***

Graham Chapman, coautore dello sketch del pappagallo, non c’è più.
È scomparso, è passato a miglior vita, riposa in pace, ha tirato le cuoia, ha saltato il fosso, è schiattato, ha esalato l’ultimo respiro, è andato tra i più, è tornato alla casa celeste del Grande Capo dell’Intrattenimento Leggero, e probabilmente stiamo tutti pensando a quanto sia triste che un uomo tanto dotato di talento, capacità e gentilezza, un uomo di tale rara intelligenza abbia dovuto andarsene così all’improvviso a quarantotto anni soltanto, prima che potesse realizzare molte delle cose di cui era in grado, e prima che si fosse divertito abbastanza.
Per quanto mi riguarda, sento di dover dire: «Fesserie. A mai più rivederci, bastardo d’uno scroccone! Spero che bruci all’inferno».
E il motivo per cui credo di doverlo dire è che non mi perdonerebbe mai se non lo facessi, se sprecassi questa magnifica opportunità di scandalizzarvi a nome suo. Si merita qualunque cosa, tranne lo stupido buon gusto. Ieri sera, mentre scrivevo queste parole, lo sentivo che mi sussurrava all’orecchio:
«Allora, Cleese, vai tanto fiero di essere stata la prima persona ad aver mai detto “merda” alla televisione britannica. Se questa cerimonia è davvero per me, tanto per iniziare voglio che tu sia il primo in assoluto a pronunciare a una commemorazione funebre britannica la parola “fanculo”!»
Però, vedete, il problema è che non posso. Se fosse qui con me in questo momento, probabilmente ne avrei il coraggio, perché mi ha sempre spronato. Ma in realtà non ho le sue palle, la sua splendida faccia tosta. Perciò dovrò invece accontentarmi di dire “Betty Marsden”…
Ma spiriti più audaci e meno inibiti di me seguiranno oggi. Jones e Idle, Gilliam e Palin. Dio sa che cosa ci aspetta per la prossima ora in nome di Graham. Calzoni calati, bestemmiatori in groppa a salterelli, spettacolari dimostrazioni di peti ad alta velocità, incesto sincronizzato. Uno dei quattro ha in mente di ficcarsi il cadavere di un ocelot e una macchina da scrivere Remington del ’22 su per il culo sul sottofondo del secondo movimento del concerto per violoncello di Elgar. E questa è solo la prima metà.
Vedete, è questo che avrebbe voluto Gray. Davvero. Si merita qualunque cosa, tranne lo stupido buon gusto. È questo che ricorderò sempre di lui, oltre, ovviamente, alla sua epica stravaganza. Era il principe del cattivo gusto. Amava scandalizzare. In effetti Gray, più di chiunque altro, incarnava e simboleggiava tutto ciò che c’era di più offensivo e puerile nei Monty Python. E il piacere che provava a scandalizzare la gente lo spingeva a imprese sempre più grandiose. Mi piace considerarlo la luce guida, il pioniere che batteva il sentiero perché animi più fiacchi potessero seguirlo.
Qualche ricordo. Come quella volta che stavo scrivendo il discorso dell’impresario funebre e lui propose di concluderlo con: «Facciamo così, ce la mangiamo, se dopo dovessero venirle i sensi di colpa scaviamo subito una fossa e lei ci vomita dentro». Ricordo di aver scoperto nel 1969, quando tutti i giorni ci trovavamo a scrivere nell’appartamento mio e di Connie Booth, che aveva da poco scoperto il gioco di stampare parolacce su foglietti di carta, che poi in silenzio posizionava in vari punti strategici in tutta la casa, obbligando me e Connie a snidarli freneticamente all’ultimo minuto, quando avevamo ospiti importanti in arrivo.
Lo ricordo alle feste della BBC trascinarsi a quattro zampe, strusciandosi affettuosamente alle gambe di dirigenti in abito grigio e mordicchiando delicatamente i più appetitosi polpacci femminili. Anche la moglie di Eric Morecambe se lo ricorda.
Lo ricordo invitato come conferenziere all’Oxford Union, ed entrare in sala vestito da carota (un intero costume arancione a punta con un gran ciuffo verde come cappello) e poi, arrivato il suo turno per parlare, rifiutarsi di farlo. Rimase semplicemente lì, letteralmente senza parole, per venti minuti, a sorridere beato. L’unica volta nella storia del mondo che un uomo assolutamente zitto è riuscito a incitare una sommossa.
Ricordo quando Graham ricevette un premio televisivo offerto dal Sun dalle mani di Reggie Maudling. E chi se no? Prese il trofeo buttandosi a terra e strisciò fino a tornare al tavolo, gridando forte, più forte che poteva. E se vi ricordate di Gray, era decisamente molto forte.
Non è magnifico? Sapete, il bello dello scandalizzare non è che turba la gente, credo, ma piuttosto che dà agli altri un momento liberatorio di gioia, quando ci rendiamo conto che in quell’istante le norme sociali che limitano così tremendamente la nostra vita non sono poi davvero tanto importanti.
Be’, questo Gray non può più farlo per noi. Se ne è andato. È un ex Chapman. Di lui ci restano solo i nostri ricordi. Ma ci vorrà del tempo prima che svaniscano.

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One thought on “Discorso di John Cleese al funerale di Graham Chapman

  1. gioggio ha detto:

    fantastico

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