Estratto dal capitolo 25 di Sombra de la sombra, di Paco Ignacio Taibo II

Él pensaba, recordando, en aquella mujer vestida de tul rosa, con una pamela en la cabeza, jugando con los pies descalzos contra la resaca, hundiendo en la arena los dedos, pintadas las uñas de un rojo brillante, que el mar deslavaba. Pensaba en el tul que se mecía en los vaivenes de la mujer, y cómo ella cantaba una canción, una tonada, mientras dejaba que los tirantes de tul rosa se deslizaran sobre sus hombros para dejar los pechos blancos al descubierto. Él también recordaba las palmeras y el atardecer, el sol que se iba escondiendo tras las torres de la refinería de la Huasteca Petroleum Company. Y todo esto lo asociaba en la memoria con una canción que estaba de moda en aquellos días y que había escuchado por primera vez en boca de un borracho: «Tampico hermoso, puerto tropical/ tú eres la gloria de todo nuestro país/ y por doquiera yo de ti me he de acordar, me he de acordar.» Y él se acordaba. Y pensaba que la memoria de los hombres es un juego de idiotas creado por dioses ociosos.
La mujer se llamaba Greta; ella se llamaba a sí misma Greta, y tenía una pamela blanca, a la que le había quitado un tul porque estaba raído. Le echaba la culpa al calor. Él no le echaba la culpa al calor. Le gustaba el calor pegajoso, el sol brillante que lastimaba la piel, la sudaba, la secaba. Ella se mató con arsénico. Meticulosamente destiló diez papeles matamosca para conseguir el contenido de la copa suicida. Como buena alemana rigurosa, precisa. Él nunca se suicidaría. Pero ella sí. Y ahora sólo quedaba el recuerdo de la mujer en la playa, al atardecer, mojándose los pies en el mar, dejando caer la parte superior del vestido de tul rosa para que sus dos enormes pechos blancos fueran tocados por el último sol de aquella tarde. Todo ello mezclado con una canción patriotera que hablaba de la gloria de Tampico.

***

Lui pensava, ricordando, a quella donna vestita di tulle rosa, con un gran cappello a tesa larga in testa, che giocava con i piedi nudi contro la risacca, affondando le dita nella sabbia, le unghie smaltate di un rosso brillante, che il mare scoloriva. Pensava al tulle che ondeggiava nell’andirivieni della donna, e a come lei cantava una canzone, un motivo, mentre lasciava che le spalline di tulle rosa le scivolassero sulle spalle per lasciare i seni bianchi allo scoperto. Lui ricordava anche le palme e il tramonto, il sole che si nascondeva dietro le torri della raffineria della Huasteca Petroleum Company. E tutto ciò lo associava nella memoria a una canzone che andava di moda in quei giorni e che aveva sentito per la prima volta in bocca a un ubriaco: «Tampico bella, porto tropicale / tu sei la gloria del nostro intero paese / e ovunque di te mi devo ricordare, mi devo ricordare». E lui se ne ricordava. E pensava che la memoria degli uomini è un gioco da idioti inventato da dei oziosi.
La donna si chiamava Greta; si chiamava Greta da sola, e aveva un gran cappello bianco, al quale aveva tolto il tulle perché si era smagliato. Dava la colpa al caldo. Lui non dava la colpa al caldo. Gli piaceva il calore appiccicoso, il sole brillante che rovinava la pelle, la faceva sudare, la seccava. Lei si uccise con l’arsenico. Filtrò meticolosamente dieci fogli di carta moschicida per ottenere il contenuto del bicchiere suicida. Come una buona tedesca rigorosa, precisa. Lui non si sarebbe mai suicidato. Ma lei sì. E adesso restava soltanto il ricordo della donna in spiaggia, al tramonto, che si bagnava i piedi in mare, lasciava cadere la parte superiore del vestito di tulle rosa affinché i suoi due enormi seni bianchi fossero toccati dall’ultimo sole di quel pomeriggio. Tutto quanto mescolato a una canzone patriottica che parlava della gloria di Tampico.

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2 thoughts on “Estratto dal capitolo 25 di Sombra de la sombra, di Paco Ignacio Taibo II

  1. Mareva ha detto:

    Io, suo, ho letto solo: “Senza perdere la tenerezza”. Ha scritto un’infinità di roba ho scoperto.

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