Archivio mensile:giugno 2012

Estratto dal capitolo 2 di Tony Pagoda e i suoi amici, di Paolo Sorrentino

Mi ritrovo in frac a mangiare un panino, circondato da sei ragazzini ubriachi che cazzeggiano. Sparano puttanate in tedesco. Non ci capisco niente. Ma, naturalmente, si può percepire il ritmo e l’atmosfera delle cose che dicono. E sapete cosa scopro? Si stanno divertendo. Con niente. Con sei birre da un euro e tre panini che si dividono. Due si baciano in bocca perché si vogliono bene per la prima volta. Un altro li fa divertire facendo l’imitazione di chissà chi. Un altro sopprime un rutto. Esotiche bellezze. Ridono all’improvviso, semplicemente guardandosi gli uni con gli altri. Non valgono ancora un cazzo di niente eppure sono un concentrato di dignità inaudita, solenne, elegante, oggettiva.
Sono la giovinezza, così come deve essere.
Perdere il tempo, oziare, per scoprire a piccoli passi tutto quello che la vita ha da offrire: l’amicizia, il sesso, il dolore, l’insicurezza, la voragine, l’innamoramento, il risentimento, l’invidia di quello che sta da solo per quei due che si baciano.

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Mio padre ha i baffi, di Rocco Tanica

Mio padre non ha i baffi.
L’antivigilia di Natale di qualche anno fa ricevetti la notizia che era morto. Era notte, lo avevo lasciato qualche ora prima ed ero in aereo. Arrivò una hostess, credo la stessa che poco prima avevo invitato per la settimana seguente al concerto di Capodanno degli EelST. Sarebbe venuta con sua sorella e dei colleghi, aveva detto. Poi quel concerto non ci fu. Mi consegnò un foglio di bloc-notes a quadretti su cui c’era scritto “telefonare urgentemente” e poi il numero di mio fratello. Non c’era modo di telefonare. Chiesi alla hostess se poteva chiedere chiarimenti via radio, dato che proprio via radio avevano ricevuto il messaggio da Milano. Passò del tempo, non so dire quanto, e lei ritornò con un ufficiale che, parlando un italiano stentato, mi chiese: “Father in italiano significa ‘padre’, vero?” E poi: “Mi dispiace.” Si tolse il berretto, lo mise sotto il braccio sinistro e mi strinse la mano.
Quel viaggio durava sette ore. Stranamente, l’aereo era semivuoto, così trascorsi parte del tempo camminando lungo il corridoio. I pochi passeggeri erano stati discretamente informati e cercavano di non badare a me. Qualcuno mi chiedeva se volevo parlare: ringraziavo e dicevo di no. Le hostess mi fecero sedere davanti, in una zona disabitata, e mi offrirono da bere e da fumare. Sull’aereo non si poteva fumare. Loro dissero che potevo e aprirono una stecca del duty free. Fumai qualche sigaretta con loro.
Trascorsero due o tre ore, e l’ufficiale tornò con un foglietto uguale al precedente. Father era stato cancellato a penna e corretto in Feiez. Avevano trascritto male. Non father, ma Feiez.
Arrivato a destinazione mi dissero che potevo tornare a casa con lo stesso aereo, ma che dovevo comunque passare i controlli doganali e rifare tutta la procedura d’imbarco. Lasciai le mie cose in cabina, uscii dall’aeroporto e telefonai a mio fratello Marco, che mi disse cos’era successo. Chiamai casa. Chiamai qualche amico. Ero calmo e non sentivo dolore. Incontrai le persone che erano venute a prendermi per portarmi in hotel e spiegai loro che dovevo annullare il viaggio. Firmai qualche carta e ripartii per Milano. Durante il volo provavo imbarazzo per la sensazione di distacco che non mi faceva versare lacrime. Ore prima, alla notizia della morte di mio padre, avevo pianto a lungo, mentre in quel momento riuscivo anche a pensare ad altro. Feci un po’ di “Settimana Enigmistica”. Guardai un film con Steve Martin e dormii.
All’aeroporto vennero a prendermi Claudio, Marco e Faso. Non ricordo chi altro c’era. Forse Elio. Nessun altro, credo. Mille persone, credo. Andammo a casa di Claudio e c’eravamo tutti. Rimanemmo insieme qualche ora.
Qualche giorno più tardi, e fino ai primi giorni dell’anno nuovo, mio padre aveva i baffi. Non li ha mai portati, per lo meno da che ho memoria di lui. La prima cosa che pensai quando lo vidi fu che somigliava al cattivo di un film con Eli Wallach.
Gli chiesi perché. Mi rispose che voleva fare festa per l’augurio di lunga vita che aveva ricevuto. Seppi più tardi che avevano già cominciato a crescergli quando era andato a salutare Feiez all’obitorio.
Non sapevo che era stato lì. Io all’obitorio non ci sono andato. Non ho voluto vedere Feiez in quel luogo vergognoso in cui un regolamento vergognoso mi aveva obbligato a vedere mia nonna anni prima. Non sono sceso là sotto; sono orgoglioso degli angeli che lo hanno fatto e mi inchino di fronte all’aura di luce che hanno lasciato in quella cantina. Il mio ricordo di Feiez è quello di un uomo che riusciva a sudare ettolitri e a finire i concerti trasfigurato, ma che quando rispuntava dal camerino era ritornato ad essere un fascinoso signore vestito di nuovo con un sentore di buono negli occhi e sulla pelle. Un signore di classe superiore, che si era già tirato i capelli indietro con le mani prima di legarli con l’elastico rosso. Ogni tanto ci davamo una controllata reciproca (“Sono a posto?” “Ok.”) prima di affrontare i saluti, gli amici, la gente nel backstage, prima di “Scusa facciamo una foto insieme, ti ricordi ci siamo conosciuti al concerto di Rovigo…”
Io mi sono congedato da quel signore che avevo lasciato sul palco una settimana prima, non da quello messo in una cantina come una cosa da nascondere. Poi capii cos’era successo mentre ero su quell’aereo. Feiez mi aveva salvato. E mi aveva fatto il dono più prezioso che io abbia mai ricevuto. Mi aveva fatto dono della morte di mio padre. E della possibilità di fare camminare il tempo a ritroso. Come in Ritorno ai futuro, il mio film preferito di sempre. Il mio amico aveva cambiato il Tempo facendolo ripartire da capo.
Perché in quelle ore mio padre era morto sul serio. Non era solo credibile, non era solo plausibile: era vero. Avremmo avvertito i parenti, organizzato il funerale. Mentalmente avevo ripassato le letture possibili che qualcuno avrebbe recitato in chiesa. Non me ne veniva in mente nessuna.
Avevo ricevuto una delle notizie più terribili che uno possa ricevere, e poi ero stato graziato. Potevo tornare indietro. Tornare indietro e ritrovare mio padre vivo. Potevo ancora dirgli e sentirmi dire le cose che mancavano. Sentirmi raccontare da lui dell’università, di cose di mio nonno che non avevo mai saputo. Di quando lui e mia madre erano fidanzati. Raccontargli di me e dell’amore che porto alla mia famiglia. Ritrovare la mia famiglia, intatta. Vedere mio padre con i baffi.
Ancora oggi non provo dolore per Feiez. Solo gioia, e gratitudine. Per tutto quello che ho imparato da lui e con lui. Non c’era niente di irrisolto, niente di non detto. Sarei potuto morire io un anno prima e non sarebbe cambiato niente. Tutto era al suo posto ed è al suo posto ancora oggi che è cambiato tutto. Con Paolo c’è sempre stata solo pace, e una musica bellissima che fa più o meno così:

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Citazioni varie sull’alcol

The whisky warmed his tongue and the back of his throat, but it did not change his ideas any, and suddenly, looking at himself ia the mirror behind the bar, he knew that drinking was never going to do any good to him now. Whatever he had now he had, and it was from now on, and if he drank himself unconscious when he woke up it would be there.

Il whisky gli scaldò la lingua e il fondo della gola, ma non gli cambiò le idee, e all’improvviso, guardandosi nello specchio dietro il banco, Gordon capì che l’alcol non gli avrebbe più fatto alcun bene. Quello che aveva, d’ora in poi, qualunque cosa fosse; e anche se avesse bevuto fino a perdere i sensi, quando si fosse svegliato sarebbe stato lì.

(Ernest Hemingway, To Have and Have Not, traduzione di Vincenzo Mantovani)

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