Estratto dal capitolo 10, seconda parte, di Los detectives salvajes, di Roberto Bolaño

Claudia, que los primeros días intentó ignorar la nueva situación, finalmente también aceptó los hechos y dijo que empezaba a sentirse agobiada. Al segundo día de estancia con nosotros, una mañana, mientras Claudia se lavaba los dientes, Ulises le dijo que la amaba. La respuesta de Claudia fue que ya lo sabía. He venido hasta aquí por ti, le dijo Ulises, he venido porque te amo. La respuesta de Claudia fue que podía haberle escrito una carta. Ulises encontró aquella respuesta altamente estimulante y le escribió un poema que leyó a Claudia a la hora de comer. Cuando yo me levantaba discretamente de la mesa, pues no quería oír nada, Claudia me pidió que me quedara y el mismo ruego le hizo a Daniel. El poema era más bien un conjunto de fragmentos sobre una ciudad mediterránea, Tel-Aviv, supongo, y sobre un vagabundo o poeta mendicante. Me pareció hermoso y así lo dije. Daniel compartió mi opinión. Claudia estuvo callada unos minutos, con expresión pensativa, y después dijo que, en efecto, ojalá pudiera ella escribir poemas tan hermosos. Por un instante yo pensé que todo se reconducía, que íbamos a poder estar todos en paz y me propuse como voluntario para ir a conseguir una botella de vino. Pero Claudia dijo que al día siguiente tenía que estar muy temprano en la universidad y diez minutos después ya estaba encerrada en nuestra habitación. Ulises, Daniel y yo hablamos durante un rato, nos bebimos otra taza de té y después cada uno se fue a su cuarto. A eso de las tres me levanté para ir al baño y al pasar de puntillas por la sala escuché que Ulises estaba llorando. No creo que se diera cuenta que yo estaba allí. Estaba tirado bocabajo, supongo, desde donde yo estaba sólo era un bulto sobre el sofá, un bulto cubierto con una manta y con un viejo abrigo, un volumen, una masa de carne, una sombra que se estremecía lastimeramente. (…) La cabeza me daba vueltas porque cada noche, cuando salía a orinar, encontraba a Ulises llorando en la oscuridad, y eso no era lo peor, lo peor era que algunas noches pensaba: hoy lo veré llorar, es decir, que vería su rostro, porque hasta entonces sólo lo oía, ¿y quién me asegura a mí que lo que escuchaba era un llanto y no los gemidos, por ejemplo, de alguien en el proceso de hacerse una paja? Y cuando pensaba que vería su rostro, lo imaginaba alzándose en la oscuridad, un rostro anegado en llanto, un rostro tocado por la luz de la luna que se filtraba a través de las ventanas de la sala. Y ese rostro expresaba tanta desolación que ya desde el mismo momento en que me sentaba en la cama, en la oscuridad, sintiendo a Claudia a mi lado, su respiración algo ronca, el peso como de una roca me oprimía el corazón y yo también sentía ganas de llorar. Y a veces me quedaba mucho rato sentado en la cama, aguantándome las ganas de ir al baño, aguantándome las ganas de llorar, todo por el miedo de que aquella noche sí, de que aquella noche su cara se levantase de la oscuridad y yo pudiera verla.

***

Anche Claudia, che i primi giorni cercò di ignorare la nuova situazione, alla fine accetto i fatti e disse che iniziava a sentirsi oppressa. Il secondo giorno di permanenza con noi, un mattina, mentre Claudia si lavava i denti, Ulises le disse che la amava. La risposta di Claudia fu che lo sapeva già.  Sono venuto fino a qui per te, le disse Ulises, sono venuto perché ti amo. La risposta di Claudia fu che avrebbe potuto scriverle una lettera. Ulises trovò quella risposta estremamente stimolante e le scrisse una poesia che lesse a Claudia all’ora di cena. Mentre io mi alzavo discretamente da tavola, dato che non volevo saperne niente, Claudia mi chiese di restare e fece la stessa richiesta a Daniel. La poesia era piuttosto un insieme di frammenti su una città mediterranea, Tel Aviv, presumo, e su un vagabondo o poeta mendicante. Mi sembrò bella e glielo dissi. Daniel condivise la mia opinione. Claudia rimase in silenzio qualche minuto, con un’espressione pensierosa, e poi disse che, in effetti, le sarebbe piaciuto scrivere poesie altrettanto belle. Per un attimo pensai che tutto tornava a posto, che avremmo tutti potuto stare in pace e mi proposi come volontario per andare a rimediare una bottiglia di vino. Però Claudia disse che il giorno dopo doveva andare all’università molto presto e dieci minuti dopo era già chiusa in camera nostra. Ulises, Daniel e io parlammo per un po’, ci bevemmo un’altra tazza di tè e poi andammo tutti  a letto. Verso le tre mi alzai per andare in bagno e passando per la sala in punta di piedi sentii che Ulises stava piangendo. Non credo si fosse reso conto che ero lì. Era steso di pancia, suppongo, da dove mi trovavo era solo un bozzo sul divano, un bozzo nascosto sotto una coperta e un vecchio cappotto, un volume, un ammasso di carne, un’ombra che tremava facendo pena. (…) Mi girava la testa perché ogni notte, quando uscivo per orinare, trovavo Ulises che piangeva nell’oscurità, e non era questa la cosa peggiore, la cosa peggiore era che qualche notte pensavo: oggi lo vedrò piangere, volendo dire che lo avrei visto in volto, perché fino ad allora lo sentivo soltanto, e chi mi assicura che quel rumore era un pianto e non i gemiti, per esempio, di qualcuno nel bel mezzo di una sega? E quando pensavo che avrei visto il suo volto, lo immaginavo che si alzava nell’oscurità, un volto annegato nel pianto, un volto sfiorato dalla luce della luna che filtrava attraverso le finestre della sala. E quel volto esprimeva tanta desolazione che già dal primo momento in cui mi sedevo sul letto, nell’oscurità, percependo Claudia al mio fianco, con il suo respirare sul rauco, il peso come di una roccia mi opprimeva il cuore e anche io sentivo il bisogno di piangere. E a volte restavo a lungo seduto sul letto, trattenendo il bisogno di andare in bagno, trattenendo il bisogno di piangere, tutto per paura che quella notte sì, che quella notte il suo viso si alzasse dall’oscurità e io potessi vederlo.

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One thought on “Estratto dal capitolo 10, seconda parte, di Los detectives salvajes, di Roberto Bolaño

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