Estratto da Corazón tan blanco, di Javier Marías

Yo hablo y entiendo y leo cuatro lenguas incluyendo la mía, y por eso, supongo, me he dedicado parcialmente a ser traductor e intérprete en congresos, reuniones y encuentros, sobre todo políticos y a veces del nivel más alto (en dos ocasiones he hecho de intérprete entre jefes de estado; bueno, alguno era sólo presidente de gobierno). Supongo que por eso tengo (como la tiene Luisa, que se dedica a lo mismo, sólo que no compartimos exactamente las mismas lenguas y ella está menos profesionalizada o se dedica menos, y por tanto no la tiene tan acentuada) la tendencia a querer comprenderlo todo, cuanto se dice y llega a mis oídos, tanto en el trabajo como fuera de él, aunque sea a distancia, aunque sea en uno de los innumerables idiomas que desconozco, aunque sea en murmullos indistinguibles o en susurros imperceptibles, aunque sea mejor que no lo comprenda y lo que se diga no esté dicho para que yo lo oiga, o incluso esté dicho justamente para que yo no lo capte. Puedo desconectar, pero sólo en ciertos estados de ánimo irresponsable o bien mediante un gran esfuerzo, y por eso a veces me alegro de que los murmullos sean de veras indistinguibles y los susurros imperceptibles, y de que existan tantas lenguas que me son extrañas y no son deducibles, porque así descanso. Cuando sé y compruebo que no hay manera, que no puedo entender por mucho que lo desee e intente, entonces me siento tranquilo y desentendido y descanso. Nada puedo hacer, nada está en mi mano, soy un inválido, y mis oídos descansan, mi cabeza descansa, mi memoria descansa y también mi lengua, porque en cambio, cuando comprendo, no puedo evitar traducir automática y mentalmente a mi propia lengua, e incluso muchas veces (por suerte no siempre, acaso sin darme cuenta), si lo que me alcanza es en español también lo traduzco con el pensamiento a cualquiera de los otros tres idiomas que hablo y entiendo. A menudo traduzco hasta los gestos, las miradas y los movimientos, es un sucedáneo y una costumbre, y aun los objetos me parece que dicen algo cuando entran en contacto con esos movimientos, miradas y gestos. Cuando nada puedo hacer, escucho sonidos que sé que son articulados y tienen sentido y sin embargo me resultan indescifrables: no logran individualizarse ni formar unidades. Esa es la maldición mayor de un intérprete en su trabajo, cuando por algún motivo (una dicción imposible, un acento extranjero pésimo, una grave distracción propia) no separa ni selecciona y pierde comba, y todo lo que oye le parece idéntico, un amasijo o un flujo que tanto da que se emita como que no se emita, pues lo fundamental es individualizar los vocablos, como a las personas si uno quiere tratarlas. Pero también es su mayor consuelo cuando eso sucede y no está en el trabajo: sólo entonces puede relajarse del todo y no prestar atención ni permanecer alerta, y hallar placer en escuchar voces (el insignificante rumor del habla) que no sólo sabe que no le atañen, sino que además no está capacitado para interpretar, ni para transmitir, ni para memorizar, ni para transcribir, ni para comprender. Ni siquiera para repetirse.

***

Io parlo e capisco e leggo quattro lingue, contando la mia, ed è per questo, suppongo, che tra le altre cose mi sono dedicato a fare il traduttore e l’interprete in congressi, riunioni e incontri, soprattutto politici e a volte del più alto livello (in due occasioni ho fatto da interprete tra capi di stato; be’, qualcuno era solo presidente del governo). Suppongo che per questo ho (come ce l’ha Luisa, che si occupa della stessa cosa, ma non condividiamo esattamente le stesse lingue e lei è meno professionalizzata o lavora meno, e pertanto non ce l’ha tanto accentuata) la tendenza a voler capire tutto, quanto si dice e mi arriva all’orecchio, tanto nel lavoro quanto al di fuori, sebbene sia a distanza, sebbene sia in uno degli innumerevoli idiomi che ignoro, sebbene sia in mugugni indistinguibili o in sussurri impercettibili, sebbene sia meglio che non lo capisca e quello che dicono non venga detto perché io lo senta, o addirittura venga detto apposta perché io non lo capti. Posso scollegarmi, ma solo in certi stati d’animo irresponsabile oppure con un grande sforzo, e per questo a volte sono contento che i mugugni siano davvero indistinguibili e i sussurri impercettibili, e che esistano tante lingue che mi sono estranee e non sono intuibili, perché così riposo. Non posso fare niente, nulla è in mio potere, sono un invalido, e le mie orecchie riposano, la mia testa riposa, la mia memoria riposa e anche la mia lingua, perché invece, quando capisco, non posso evitare di tradurre automaticamente e mentalmente nella mia lingua, e persino molte volte (per fortuna non sempre, magari senza accorgermene), se quello che percepisco è in spagnolo lo traduco comunque con il pensiero in uno qualunque degli altri tre idiomi che parlo e capisco. Spesso traduco addirittura i gesti, gli sguardi e i movimenti, è un surrogato e un’abitudine, e anche gli oggetti mi sembra dicano qualcosa quando entrano in contatto con quei movimenti, sguardi e gesti. Quando non posso fare niente, ascolto suoni che so essere articolati e avere senso eppure mi risultano indecifrabili: non riescono a distinguersi né a formare unità. Questa è la maledizione maggiore di un interprete nel suo lavoro, quando per qualche motivo (una pronuncia impossibile, un accento straniero pessimo, una propria grave distrazione) non separa né seleziona e perde il filo, e tutto quello che sente gli sembra identico, un amalgama o un flusso che, sia che venga emesso sia che non venga emesso, richiede essenzialmente di distinguere i vocaboli, come con le persone se ci si vuole avere a che fare. Ma questa è anche la sua maggiore consolazione quando succede e non sta lavorando: solo allora può rilassarsi del tutto e non prestare attenzione né rimanere allerta, e trovare piacere nell’ascoltare voci (l’insignificante rumore della parola) che non solo sa non riguardarlo, ma che inoltre non è in grado di interpretare, né di trasmettere, né di memorizzare, né di trascrivere, né di comprendere. Nemmeno di ripetere.

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